Parlare per rinascere dalla violenza. La mia storia

ATTENZIONE: contenuto esplicito che può causare meccanismi di trigger nelle persone vittime di violenza.

La prima volta che fui molestata era primavera, avevo 8 anni ed ero intenta ad allestire con amore il mercatino dei giocattoli assieme alla mia amica Angela, nella piazza del castello, a Ferrara. Un signore comprò qualche cosa e poi disse “Fai la brava, me lo fai scontrino, vero?”, e io, tutta orgogliosa, cominciai a scrivere su un pezzettino di carta. Lui iniziò a palpeggiarmi il sedere, lentamente, e poi se ne andò, col suo scontrino.

Un anno prima i miei genitori avevano divorziato, e una notte li sentii parlottare: “prendila tu la bimba”, “no io non posso, tienila tu”, “no tu”, “tu”. Non potete capire. Non posso capirlo nemmeno io. Si può solo “sapere”, non capire. Fu sicuramente un punto di svolta. Una deflagrazione interiore. Una stella era implosa ed era nato un buco nero dentro di me. A distanza di anni capisco che i miei genitori erano preoccupati di non essere all’altezza del compito di crescermi da soli, ma in compenso si fidavano l’uno dell’altro, e stavano cercando di proteggermi dalle loro, vere o presunte, manchevolezze. Ma a 7 anni queste cose non sei in grado di comprenderle. Tutto ciò che sai è che c’è qualcosa di sbagliato in te. Crescendo e arrivando alla pubertà, diventi sempre di più una people-pleaser, e ti dissoci dal tuo corpo e dalla tua anima. Questo buco nero  è stato alimentato negli anni da altri incidenti di percorso anche al di fuori della famiglia, ed è stato uno degli ostacoli principali allo sviluppo di una robusta autostima e di una consapevolezza dei miei confini e dei miei bisogni.

La violenza è fisica, ma anche psicologica e sociale.

Per strada era un tormento continuo. Tra le numerose adulazioni galanti, e apprezzabili, trovavo sempre (e con sempre intendo, ogni giorno) il cafone che mi lanciava gli apprezzamenti più volgari e disgustosi. La chiesa e i medici propagavano il messaggio che il mio corpo era sbagliato, da medicalizzare, da coprire. La TV mi diceva che era da scoprire, profumare, depilare e usato per vendere e comprare.

Comunque e sempre, infido e pericoloso.

Le mie tette sono state afferrate con violenza e sconquassate quattro volte, di cui una addirittura in chiesa. Il mio culo poi, non ne parliamo. E’ stato toccato senza permesso qualche dozzina di volte. Ma non le palpatine da quarta elementare. Vere prese di posizione, con dita insinuose e prepotenti.

La violenza è fisica, ma anche psicologica e sociale.

Reagire? Sì, certo. Ci ho provato. Il risultato erano insulti pesantissimi, una volta addirittura un calcio nello stomaco, un’altra volta un pugno nella schiena, un’altra volta sono stata seguita fino a casa. Urla che ti lasciano inerme e sbigottita. E un senso di vergogna, tanto ingiustificato quanto presente. So che molte potranno capirmi. Se ci stai, sei una troia. Se non ci stai, devi scopare di più, puttana di merda, figa di legno, figa di gomma, profumaia, sfigata, acida, frigida. In ogni caso, la vergogna di essere sbagliata, di avere qualcosa di sporco dentro. E poi la paura. La paura che un uomo eterosessuale non può capire. Io sono fortunata, dopo tutto. Ho un corpo esuberante, che attira attenzione, ma anche forte, che incute un certo timore negli uomini meno prestanti. Penso a tutte quelle che leggono e che si sentono piccole. Penso  alla vostra paura, simile alla mia, ma amplificata dalla consapevolezza di apparire indifese.

La violenza è fisica, ma anche psicologica e sociale.

Un ragazzo più grande di me mi “adottò” in un momento difficile a Londra, e si comportò come il perfetto fratello maggiore. Salvo poi tornare alla città natale e raccontare in giro che gli avevo fatto dei pompini da paura. Un altro compaesano, al mio rifiuto amoroso, architettò una campagna di odio e bugie che mi lasciò stravolta, e senza una casa, diffondendo voci, aridaje, su presunti pompini.

La violenza è un tratto distintivo del patriarcato, e coinvolge anche le donne.

Quante donne hanno usato il sesso e la violenza per distruggere una “rivale”? Nel 1996 e nel 2003 sono stata vittima di questo tipo di violenza. Diverse per età, provenienza ed estrazione sociale, gli unici punti in comune che avevano queste due donne era la gelosia nei miei confronti e la bugia che hanno diffuso per colpirmi: mi avrebbero vista la sera prima in discoteca a fare un pompino in bagno a un tizio. Sembra che sta storia dei pompini sia la supercazzola preferita per screditare una donna. Forse adesso è il sesso anale. Allora, a me le orecchie: la prossima volta che qualcuno vi dice che “quella là ha fatto un pompino/ha dato il culo a tizio” voi rispondete “come se fosse Antani” e poi cambiate aria. Dovete anche sapere che la rivalità femminile è un prodotto culturale: in realtà il corpo femminile reagisce ai segnali di stress generando ossitocina, la quale viene magnificata dall’estrogeno. In parole povere, a noi lo stress ci fa venir voglia di creare alleanze e prenderci cura gli uni degli altri. Noi non siamo rivali, è che ci disegnano così (cit.).

La prima volta che mi violentarono avevo 17 anni. Lui era il mio ragazzo. Mi rincorse per tutta casa, mi trascinò sul letto con violenza, e mi violò per punirmi di un mia “ribellione”. I litigi erano all’ordine del giorno, perché lui era di una gelosia folle. Il problema ero io, perché ero “troppo bella”. Lo lasciai dopo che mi violentò? Certo che no. Non sapevo nemmeno che si potesse considerare uno stupro. Non ci pensai più, il buco nero inghottì tutto. Non ci pensai più per 20 anni. Ma i traumi, nell’ombra, continuano a marcire.

La seconda volta che mi violentarono avevo 24 anni. L’uomo in questione mi corteggiò in maniera serrata e romantica per settimane, e poi, finalmente, il primo bacio al mare. Ritornammo a casa assieme, ma lui non mi diede il tempo di entrare nella sua camera da letto che mi prese con la forza, mi piegò a 90 e mi scopò, venendo dopo un minuto, rivestendosi, e stendendosi sul letto a leggere. Da quel giorno, non mi rivolse più la parola, evitando la mia presenza. Invece di arrabbiarmi, mi sentii sbagliata, ancora una volta. Ho poi scoperto, dopo molti anni, che faceva spesso così.

Non si può portare rispetto al proprio corpo e anima se c’è una frattura, e si manca di autostima; e non si possono riconoscere i predatori, interiori ed esteriori, se la nostra iniziazione è stata interrotta o manchevole.

La terza volta che mi violentarono avevo sempre 24 anni, pochi mesi dopo. Stavolta fu una persona molto vicina, un vecchio e caro amico. Tornavamo da un falò, era mattina ormai. Mi aveva riaccompagnato a casa, e si facevano le ultime chiacchiere prima del letto.

Di punto in bianco me lo ritrovo sopra di me, di peso. Protesto. Mi blocca le braccia ed entra dentro di me. Inizio a piangere. Non c’è nulla da fare. Sono esausta, rassegnata. Questo corpo è di tutti, tranne che mio. Vaffanculo tientelo. E’ tutto finito nel giro di pochissimi minuti. Sono inebetita. Lui mi chiede scusa. Io balbetto qualcosa, apro la portiera e me ne vado. Ho rimosso completamente quello che ho fatto dopo. Ho fatto la doccia? Ho pianto? Ho vomitato? Non lo so. Forse sono andata a letto mentre il buco nero mi mangiava dentro.

Per sopravvivere ho negato l’evidenza. D’altronde, chi mi avrebbe creduto? Ero una donna libera, che viaggiava da sola, e avevo avuto tanti amanti, per i crismi della società in cui ero nata. In tanti mi avevano visto ballare disinibita e fare baldoria in compagnia di amici uomini, in tante occasioni. E se invece mi avessero creduto? Una delle conseguenze sarebbe stata quella di distruggere la compagnia. Quella compagnia di amici che negli anni era diventato il mio più saldo punto di riferimento. Ma tutte queste considerazioni non le ho fatte in quel momento. Il buco nero, oramai gigante, ha inghiottito tutto e io ho sempre negato a me stessa l’accaduto, per 10 anni.

Io credo di capire perché Asia Argento ora dice che Weinstein la violentò, ma all’epoca lei ci tornò a letto. Perché l’ho fatto anche io.

Mi consideravo meno di niente. Il mio trucco di sopravvivenza è stato invitare il mio stupratore il giorno dopo a casa mia per scopare, decidendo io quando, dove, come, compartecipando alla cosa e normalizzando lo stupro.  Non sarei stata vittima, ma complice. Come se la mattina precedente fosse stato tutto normale, come se fosse scritto nelle stelle che saremmo finiti a letto assieme. Anche io, in fondo in fondo, lo volevo. Eh, come no!? Non sono stata violentata, non sono stata violentata, non sono stata violentata dal mio amico. No. E così, magicamente, ecco che la violenza si è raddoppiata. Prima da parte sua, e poi da parte mia.

Nel 2013, per la prima volta, ho pronunciato le parole: sono stata violentata. Ero sotto un ulivo nella campagna di Assisi, con un panino al formaggio in mano, assieme alla mia amica Rosa. Quel viaggio a piedi mi ha cambiato la vita. Ho conosciuto la Grande Madre dentro di me e nella natura, il grande respiro trasformativo che unisce creazione e distruzione, e lei mi ha dato la compassione e il coraggio di nominare, di dare un nome, alla mia verità, e di riappropriarmi della saggezza del corpo. Da lì ho cominciato a guarire. Ritornando nel mio corpo. Poi ne ho parlato con la psicoterapeuta. Poi con un vecchio amico. Poi con il mio splendido compagno. E adesso qui.

La violenza che ho subito è venuta da individui, dalla società e da me stessa. Cosa fare per guarire completamente ancora non lo so, ma mi sta bene che sia un processo lungo e a spirale, pieno di nuovi inizi e di fini, e il mio compagno è con me. Ho una relazione molto complicata con il sesso. Spesso ho dei flashback che mi lasciano immobile e tremante. E più scavo, più vengono fuori.

Non ne ho mai parlato con i miei aggressori. A volte vorrei, a volte spero di non incontrarli mai più. Ma uno di loro è sempre con me; io non ho saputo e potuto proteggermi, mi sono aggredita senza pietà per tanti anni, mi sono trattata come un rifiuto e ne ho mangiato i frutti marci, convincendomi che non meritavo nulla di più. Più scavo e più provo compassione per questa donna, che sono io, vittima e carnefice, e di conseguenza per tutti gli altri, compreso i miei aggressori.

Ho scritto queste righe per me stessa, ma è anche la mia testimonianza che la violenza è molto frequente e devastante, ma si può trasformare questa ferita in nutrimento. Paradossalmente, ci dà una profondità di campo e un punto di vista privilegiato per aiutare gli altri. Possiamo guarire noi stessi senza guarire la società?

La mia creatura Medulla è nata da queste violenze e dalle molte morti che si sono susseguite dentro di me. E’ il tentativo di riscoprire un maschile e un femminile sano dentro ognuno di noi, e di accompagnare altre persone in questa scoperta, attraverso un viaggio profondo alla riscoperta del corpo, dei suoi cicli, delle sue verità e della sua saggezza.

Possiamo guarire la società senza guarire noi stessi? L’aggressore da cui proteggersi è raramente uno sconosciuto, molto spesso ce lo troviamo in casa o nella stretta cerchia di amici. Lo dice la mia esperienza e lo dice l’ISTAT. A volte è presente dentro di noi, una proiezione interiorizzata della violenza patriarcale, che danneggia tanto l’uomo quanto la donna.

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulla donna. E’ un fenomeno troppo capillare per essere ancora ignorato. Ognuno di noi ha un amico, un fratello, un cognato o un padre che è, o è stato, violento. Ognuno di noi conosce una donna che pensa di meritare quella violenza, come lo pensavo io. Ma la violenza è sistemica, non solo individuale. 

Siamo tutti uniti da queste ferite, e insieme possiamo parlarne più apertamente, con grande compassione, riconoscendo in primis i meccanismi disfunzionali presenti in ognuno di noi, anche nel nostro modo di consumare e produrre, e nel nostro modo di trattare la natura. Non può maturare un rispetto profondo del corpo-anima quando il rapporto con la Natura è corrotto.

Questo è il mio contributo di oggi, ma ogni giorno lavoro con me stessa e con gli altri per creare un ecosistema più sano. Sogno e costruisco il sogno, e sono sempre meno sola.

 

 

Foto: Anna Buzzoni


3 thoughts on “Parlare per rinascere dalla violenza. La mia storia

  1. Ci vuole molto coraggio a spogliarsi così . (scusa i doppi sensi non voluti, ma non sapevo cosa fosse peggio fra “spogliarsi” e “aprirsi” e non mi venivano in mente altri sinonimi). Brava davvero.

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